Romanzo favolistico scritto nel 1959 fa parte della trilogia I nostri Antenati, assieme al "Barone Rampante" e al "Visconte dimezzato". Ambientato nel medioevo tra i paladini di Carlo Magno, il racconto narra le prodezze e le avventure di Agilulfo, impavido cavaliere dotato di bianca ed impeccabile armatura ma al cui interno non esiste corpo, non esistono braccia, testa, gambe, … niente, appunto “inesistente”. Gestualità, coraggio, nobiltà, eloquio, operosità gli appartengono, forza di volontà e fede infondono vita all’armatura-involucro, che è un tutt'uno con l'anima del cavaliere. Ma egli è senza corpo, sprovvisto di qualsivoglia consistenza fisica. Tanto inesistente appunto nella sua fisicità, quanto dinamico ed operoso nella sua condotta e volitivo nel suo temperamento.
Il romanzo è scritto con penna guizzante, con stile divertente e divertito, ma in realtà rappresenta una fredda e lucida, seppur beffarda, metafora sull’individuo dell’era moderna, in cui l’uomo si rivela nullo se privato del proprio ruolo all'interno della grande meccanica sociale. Come appunto Agilulfo, cavaliere sì senza corpo ma vivente e scalpitante finchè possiede un titolo e persegue una missione, ma che poi decide di abbandonare l'armatura e lasciarsi morire quando scopre, erroneamente, l'invalidità del suo diritto ad essere cavaliere.
Pieno di situazioni comiche e di trovate buffonesche, il racconto si lascia leggere molto piacevolmente, grazie anche alla passionalità e alla "verve" dei personaggi minori. Tra questi, per la naturale simpatia che immediatamente suscita, spicca l'indimenticabile Rambaldo, giovane compagno d'armi del protagonista, perdutamente e vanamente innamorato della giovane e bella guerriera Bradamante, ma che dopo tanto penare, e tanto rincorrerla per mari e per monti, vedrà finalmente premiata la sua caparbietà ed il suo ardore autentico.
Massimo C.

















